Il lavoratore remoto: la solitudine e la mia agendina


Ho già avuto modo di parlare della mia agenda quando ho trattato get things done e la disciplina. E voi vi starete chiedendo: che attinenza hanno con il lavoratore remoto?

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Troppa, è la risposta.

Una delle rogne del lavoratore remoto è la solitudine. I vantaggi del lavoro da remoto sono tantissimi, ma la solitudine è un problema interessante con cui avere a che fare, giorno dopo giorno.

Il problema di fondo è che siete soli, nel vostro ufficio casalingo. Il che comporta un paio di conseguenze:

  • ci sono tutta una serie di risvolti psicologici che non sono oggetto di questo post e che spesso sono molto personali
  • alcuni aspetti operativi del lavoro quotidiano si complicano

A che punto è X e che impatto ho io su X

Dato X, un task o un mini progetto su cui stato lavorando con dei colleghi, da remoto diventa più complesso avere la sensazione dello stato di avanzamento e dell’impatto che il singolo ha su di esso. La cosa è ulteriormente complicata dall’eventuale coinvolgimento di più time zone.

Il problema è un’estensione di quanto evidenziato in “anche oggi ho fatto”. Una delle tecniche è proprio quella di segnarvi cosa avete fatto oggi, questo placa i sensi di colpa, o se la vogliamo vedere in senso positivo ci da feedback sullo stato di avanzamento.

Bene, ho evoluto il mio uso dell’agenda:

Sono passato dal segnare cosa ho fatto all’elencare la sera prima cosa voglia fare domani.

Con le priorità sembra ben in vista:

  1. capire se c’è qualcosa di personale veramente importante che deve accadere oggi
  2. trovare la concentrazione per fare la cosa importante di oggi
  3. rispettare gli accordi presi con i colleghi (come ad esempio esserci ad una call a cui ho detto che ci sarei stato)
  4. gestire la mia vita personale
  5. incastrare il resto

Conclusione

Lo so, probabilmente mi sto dirigendo sempre di più verso la tecnica del pomodoro. Ma per come sono fatto io ci devo arrivare per gradi, sperimentando e assimilando (rendendolo un’abitudine consolidata) ogni singolo passaggio. Solo in questo modo riesco ad apprezzarne i benefici e non farmi pesare gli eventuali effetti collaterali.

author: Mauro Servienti | posted @ Wednesday, April 26, 2017 12:44 PM | Feedback (4)

Il consenso non funziona


Nel lungo e complesso processo di trasformazione che abbiamo fatto in azienda abbiamo ovviamente fatto tanti errori, piccoli e grandi, uno dei quali (direi tra i grandi) è stato pensare che il consenso fosse un buon modo per prendere decisioni.

La genesi del problema

Qualche tempo fa ho parlato di Holacracy, una delle cose che probabilmente sono passate in sordina in quel post è la seguente:

…noi internamente abbiamo scientemente deciso di evitare tutti i termini come holacracy, teal, flat, perché tendono a ricondurre ad un presunto manuale che non esiste e non può esistere.

Questo fondamentalmente significa costruire sulla sabbia. Bisogna accettare che sarà un viaggio il cui scopo non è arrivare ad una meta ma evolvere. La comprensione è il fine ultimo, non la soluzione.

Ho anche sottolineato già parte del problema più ampio:

Self-Management è il peggior termine che si potesse usare, perché implica autogestione, quindi tutti-tutto. E questo è il primo problema. Il secondo è che l’autogestione, funziona, ma non scala. Ci abbiamo provato e abbiamo fallito, finché il numero di attori coinvolti è basso l’autogestione è applicabile al crescere delle dimensioni semplicemente porta al collasso del processo decisionale, o almeno questa è stata la nostra esperienza.

Che cosa significano le due affermazioni?

Significa che un etichetta, quando state esplorando l’ignoto, è molto simile ad una metrica tenderete a soddisfare la metrica invece che risolvere il problema. Allo stesso modo l’etichetta data a monte tende a farvi vedere tutto sotto la luce di quell’etichetta.

L’etichetta scelta, più per caso e conformismo con quello che osservavamo intorno a noi che per vera scelta consapevole, era Flat Organization.

Flat Organization porta con se che le decisioni vengono prese sulla base del consenso. Il consenso nelle Flat Organization prevede il 100% del consenso. La conseguenza è che le decisioni tendono a dilazionarsi molto nel tempo, ma peggio ad essere snaturate per proprio alla ricerca del consenso.

Tendono a diventare un po’ come gli emendamenti che snaturano il problema originale per accontentare tutti e ottenere consenso.

Concludendo

Da quell’errore è passato ormai molto tempo, e oggi abbiamo un processo decisionale che non è ancora perfetto (e probabilmente non lo sarà mai) ma è sicuramente migliore.

Alla prossima occasione parleremo quindi di Advice Process.

author: Mauro Servienti | posted @ Monday, April 24, 2017 2:28 PM | Feedback (0)

Le (troppe) informazioni generano instabilità


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Vivo una realtà in cui la trasparenza e l’accesso alle informazioni sono uno dei valori fondanti.

Una delle cose di cui ci stiamo rendendo conto è che la troppa informazione o l’informazione nuda e cruda possono generare insicurezza nelle persone e/o instabilità nelle organizzazioni.

Internamente qualsiasi informazione è a disposizione di chiunque. Per come siamo strutturati è spesso essenziale per l’esecuzione del lavoro quotidiano. Questo significa che se durante il mio lavoro ho bisogno di prendere decisioni che hanno un impatto finanziario ho la possibilità di accedere alle informazioni finanziarie aziendali.

Ho usato non a caso l’esempio finanziario. La semplice possibilità di accedere alle informazioni, nude e crude, genera però un interessante problema. Chiunque può leggere i bilanci, osservare conti economici e flussi di cassa, e siccome non capisce nulla di gestione aziendale ed economia, o banalmente mancano i fondamenti di ragioneria, non è in grado di comprendere la situazione ma rischia di farsi tradire dal dato singolo estratto dal contesto.

I flussi di cassi degli ultimi due mesi sono pessimi, non ho la più pallida idea di tutto il resto cosa sia o come sia, e mi convinco che questo ha un possibile impatto sulla capacità dell’azienda di pagare gli stipendi.

Concludendo

È un esempio forte, che ha lo scopo di evidenziare come se da un lato la trasparenza è un valore, la trasparenza fine a se stessa potrebbe avere conseguenze inattese.

È quindi importante che l’accesso alle informazioni sia in qualche modo mediato da qualcuno/qualcosa che consenta di comprendere la mare di dati a cui siamo esposti.

author: Mauro Servienti | posted @ Friday, April 21, 2017 7:13 PM | Feedback (4)

Il lavoratore remoto: la vostra vita personale viene prima.


Troppo spesso sento lavoratori remoti che elogiano la propria condizione ma non nascondono commenti del tipo:

…certo, tutto bello, ma devo difendermi dalla moglie o dalla suocera, o da <scegliete voi un compito non lavorativo a scelta tipo stendere>

Lo ammetto all’inizio ero anche io così, poi ho capito che sbagliavo tutto.

Resistance is futile, recitavano un tempo

Non è possibile pensare di essere un lavoratore remoto e allo stesso tempo di (esagerando) timbrare il cartellino. Sperando di fare un secco 9/17, con le pause contate e sincronizzate con i colleghi. È ovvio che in uno scenario di questo genere le distrazioni di casa, o dell’ambiente che scegliamo come “ufficio”, sono deleterie. Sappiamo anche che facciamo una tipologia di lavoro che spesso richiede concentrazione continuativa.

Spesso. Non sempre.

Se siamo un lavoratore remoto, ha molto senso organizzare la nostra giornata intorno a quello “spesso”, e abbracciare tutto il resto come viene. Ne gioverà il nostro fegato. Ricavo i momenti che mi servono isolandomi il più possibile dalle distrazioni, distrazioni in generale perché non solo le persone che ci circondano il problema. Nel mio piccolo se devo concentrarmi anche la musica è un problema.

Il resto della giornata è invece organizzato intorno alla vita privata, perché se ci ragionate è nettamente più semplice. Prendete due piccioni con una fava, siete più felici e rilassati, le persone che vi circondano sono più felici e vi godete tutto un po’ meglio.

Cosa manca?

Credo che il problema vero siano le aziende, credo perché non lo è nel mio caso ma sento troppe lamentale in merito.

Non è il lavoratore che pretende di lavorare 9/17 da remoto, ma sono le aziende che abbracciano questo modello in maniera cieca e senza capire, come ho detto più volte, che il cambiamento deve essere radicale. E ovviamente si aspettano che il lavoratore remoto sia disponibile quando dicono loro e come dicono loro, ma da remoto.

Ecco, non funziona così.

Priorità

Le mie priorità sono:

  1. capire se c’è qualcosa di personale veramente importante che deve accadere oggi
  2. trovare la concentrazione per fare la cosa importante di oggi
  3. rispettare gli accordi presi con i colleghi (come ad esempio esserci ad una call a cui ho detto che ci sarei stato)
  4. gestire la mia vita personale
  5. incastrare il resto

Se siete lavoratori remoti come è organizzata la vostra giornata? e se non lo siete come siete organizzati?

author: Mauro Servienti | posted @ Wednesday, April 19, 2017 7:17 PM | Feedback (1)

Monitor singolo o multi monitor? oh my.


La domanda ha lo stesso “sapore” di diatribe di lungo corso come: tab vs spaces nel codice. Il rischio è che se sfoci in discussioni senza fine e in cui nessuno vuole avere torto. La realtà dei fatti secondo me è che in questo specifico caso la questione è talmente personale che la discussione non ha proprio ragion d’esistere.

Sta di fatto che sto pian piano cambiando idea. O meglio cambiando approccio. Sono sempre stato un sostenitore del multi-monitor, ma come ogni cosa multi-* ha i suoi effetti collaterali. Multi-tasking ad esempio :-) In realtà con il tempo mi sto rendendo conto che io ho un singolo monitor e due monitor di servizio, li collaterali a far nulla finché non servono veramente.

Il mio setup per molto tempo è stato questo:

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Adesso è leggermente cambiato ed è questo:

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In sostanza mi sono reso conto che assegnare dei ruoli ben precisi ad ogni monitor è molto comodo:

  • Quello di sinistra in verticale è dedicato alla lettura, lettura che spazia dalla posta a Twitter alla documentazione
  • Quello centrale è la cosa su cui sto lavorando, il task principale, e spesso unico che sto eseguendo in quel momento. Se fosse rispondere ad una mail la tab del browser con la mail si sposta al centro e il monitor di sinistra perde di attenzione
  • Quello di destra in orizzontale è meramente di servizio, e spesso vuoto, per quei task che hanno bisogno di tanto spazio:
    • le finestra dei tool di Visual Studio
    • i tool del browser in fase di debug
    • la console di Git
    • la console di node

Tutte cose comunque legate ad un singolo compito principale. Si può quindi forse dire che io uso un setup multi-monitor come se fosse uno solo, perché altrimenti le distrazioni sono costantemente dietro l’angolo.

Voi come siete organizzati?

author: Mauro Servienti | posted @ Tuesday, April 18, 2017 10:55 AM | Feedback (5)

Un post è meglio di una risposta ad un commento


Roberto mi fa una serie di domande in calce ad un mio precedente post:

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N.d.A.

Il blog di UGI è in fase di migrazione, cambio di piattaforma di hosting. Migrazione che sta comportando alcuni disservizi tra cui il non riuscire ad aggiungere commenti a quel post.

Approfitto quindi del blog stesso per rispondere a Roberto, ma anche per ampliare un discorso che ho già fatto tempo fa:

  1. Sono bergamasco, invadere la mia sensibilità è cosa molto molto difficile :-) quindi non fatevi remore a commentare, criticare e generare discussioni. Essendo bergamasco se devo troncare sul nascere un flame sono molto bravo a farlo e sono anche molto poco politicamente corretto mentre lo faccio (sempre per quella storia della sensibilità).
    Quindi Roberto: no, non hai invaso proprio nulla, anzi sei il benvenuto. Se non volessi invasioni non avrei un blog ;-)
  2. Webinar: certo molto volentieri, se preferisci usa il form di contatto o pingami su twitter che ci sentiamo in privato per la logistica.
  3. Per il link: fai pure. Ben venga :-)
  4. Per il passaggio da ufficio a remoto è una questione che non ho mai affrontato se non marginalmente, ma non sei l'unico in questa situazione se posso contribuire sono ben felice di farlo.

Community

Permettetemi di allargare questo post da una semplice risposta a Roberto a qualcosa di più utile per tutti.

Non sono certo un esperto ne di organizzazione aziendale ne di lavoro da remoto, vivo però una realtà molto curiosa, complessa e allo stesso tempo innovativa. Scorrendo in questo blog ne trovate tanto di materiale, ne parlo anche a volte in pubblico, come ad esempio all’ultimo mini-agile day. Il talk si intitola “From cogs to Nirvana: The agony and the ecstasy of working remotely”.

Se conoscete community che si occupano di organizzazione del lavoro fatemelo sapere perché da un lato ho tante esperienze da condividere e dall’atro tanta esperienza altrui da assorbire. Lo stesso vale anche se la vostra community fosse interessata ad ospitarmi per parlarne.

author: Mauro Servienti | posted @ Wednesday, April 12, 2017 12:25 PM | Feedback (2)

Il lavoratore remoto: la postazione


Abbiamo già accennato all’importanza dell’ambiente che ci circonda, zoomando sulla nostra postazione di lavoro è facile rendersi conto di come l’attenzione li debba essere ancora maggiore.

Non ho ricette. Ho solo quello che va bene per me.

Ne ho scritto sul mio blog in inglese, [1] e [2], “confessando” di essere uno stand up worker. A me piace e funziona anche abbastanza bene, lungi da me il poter dire che sia meglio o peggio. A prescindere dal modo in cui lavorate, in piedi o seduti, ci sono però alcune cose su cui non ha senso lesinare.

  • Una sedia decente, o ancora meglio Herman Miller, è il minimo sindacale. Non ha senso spendere la maggior parte della vostra giornata su una roba comperata al supermercato di turno. Ne va della vostra salute. Allo stesso modo di un maratoneta che corre con le All Star.
  • Un tavolo funzionale alla vostra attività, non uno strapuntino ricavato in un sottoscala. Corredato da un’illuminazione decente.
  • Un monitor decente ve lo dovete concedere (http://blogs.ugidotnet.org/topics/archive/2016/06/29/perche-noi-valiamo.aspx).

Ma sono banalità, direte voi. E io sono completamente d’accordo con voi. Potremmo andare avanti per ore a parlare di banalità o di diatribe in stile singolo monitor o multi monitor.

La verità dei fatti è che troppo spesso vedo il lavoratore remoto auto infliggersi punizioni che non hanno senso. Dimenticando le banalità di cui sopra.

Non auto-infliggetevi punizioni per colpe che non avete. È il primo passo verso il considerarvi un lavoratore di seconda scelta e di conseguenza nel farvi considerare un lavoratore di seconda scelta.

Qui ci sono alcuni consigli molto interessante, magari scontati per alcuni, ma non per altri: https://taskomat.tech/it/blog/mindset/7-suggerimenti-per-creare-un-home-office-produttivo-organizzato-ed-accogliente

[1] http://milestone.topics.it/2015/07/01/on-working-standing-up.html

[2] http://milestone.topics.it/2015/12/08/on-working-standing-up-take-2.html

author: Mauro Servienti | posted @ Monday, April 10, 2017 12:04 PM | Feedback (2)

Il lavoratore remoto: non è migliore, né peggiore, è diverso


Ci sono aziende che hanno paura dei lavoratori remoti. Non tanto delle persone in se, piuttosto della “nuova” modalità organizzativa.

Ci sono aziende che vedono il lavoratore remoto come un modo per risparmiare: ti lascio a casa, mi servono una scrivania in meno, meno corrente, meno riscaldamento, e meno affitto.

Ci sono aziende che considerano il lavoratore remoto una seconda scelta, un po’ come un capo d’abbigliamento con le cuciture venute male, roba outlet. E se ne dimenticano costantemente.

Ci sono aziende che vedono nel lavoratore remoto la possibilità di avere un talento al quale altrimenti non avrebbero accesso.

Ci sono aziende che vedono nel lavoratore remoto la possibilità di avere un piede in un paese diverso e in una time zone diversa.

Ci sono aziende che vendono nel lavoratore remoto la possibilità di portare una diversisty che altrimenti sarebbe molto più difficile avere.

L’errore

Non si può prendere una struttura aziendale così come è, e semplicemente spostare le persone in remoto o assumere persone da remoto. Soprattutto se si spera di ottenere i vantaggi di cui sopra.

L’unico risultato, se di risultato si può parlare, è che si portano a casa solo gli aspetti negativi. Come ad esempio i primi tre di cui sopra.

Ovvietà?

Questo significa molto semplicemente che l’intera struttura aziendale deve essere funzionale al lavoratore remoto. Sembra però che molte aziende si lancino nell’impresa di remotizzare le persone senza sapere cosa stanno facendo, sembra quasi per il mero gusto di farlo.

È fondamentale comprendere l’impatto sulla struttura aziendale, l’impatto sulle persone ma anche capire che ci sono persone che non funzionano da remoto e persone che funzionano molto meglio da remoto.

È un viaggio in cui, come al solito, l’esperienza è la parte più importante. È anche importante partire con la voglia di sperimentare, e di conseguenza con la consapevolezza che il fallimento è dietro l’angolo. Ma sappiamo bene, anche se non ce lo vogliamo dire, che per fare esperienza l’unica è sbagliare.

author: Mauro Servienti | posted @ Friday, April 7, 2017 7:06 PM | Feedback (2)

Il lavoratore remoto: il setup per le conference call, minimo sindacale.


Abbiamo già parlato dell’importanza della connettività e dell’impatto che ha sulla nostra giornata lavorativa, specialmente se da remoto.

Il setup è fondamentale per rendere la vostra giornata migliore. Vediamo quello che secondo me è il minimo sindacale per le conference call.

Webcam

Una buona webcam. Non dovete spendere centinaia di euro, ma una webcam decente è essenziale. La mia Logitech grezzissima costava 12.70€ e funziona benissimo. Cosa essenziale? che sia capace di mettere a fuoco in maniera decente e rapida. Non c’è cosa peggiore che essere in una call e vedere il vostro interlocutore, o voi stessi, completamente fuori fuoco.

Lo sfondo dietro di voi

Uno degli aspetti che influenzano molto la capacità di messa a fuoco di una webcam è lo sfondo. I vostri interlocutori osservano uno sfondo mentre sono in call con voi. Ecco, magari se non c’è un letto disfatto o della biancheria stesa è meglio. Allo stesso modo una parete completamente bianca non aiuta le webcam e peggio di tutto una bella finestra luminosa alle vostre spalle. Diventate una macchia nera con un alone aureo. Ma anche no.

L’eco…

Uno sfondo vuoto, e per estensione una stanza completamente vuota o poco arredata hanno un ulteriore difetto: favoriscono l’eco. Ergo dotatevi di cuffie e microfono. Anche in questo caso non c’è bisogno di spendere centinaia di euro. Ma senza cuffie e microfono rischiate di far diventare un inferno la vita dei vostri colleghi. Eco e rumori di fondo invadono molto rapidamente le call perché i microfoni di tutte le webcam sono omnidirezionali.

Sempre in termini di rumori imparate ad usare gli strumenti, non dico tanto: mute/unmute. Indispensabili per non starnutire nelle orecchie di chi sta parlando con voi. Non è simpatico.

La posizione della webcam

Ultima cosa. Avete mai partecipato ad una riunione dal vivo stando sotto il tavolo? Spero proprio di no. Ecco, quindi perché avete la webcam posizionata in modo che si vede solo un pezzetto di faccia e sembrate inquadrati dalle spalle? Un minimo di rispetto è doveroso.

Potete anche fare una call in mutande, non lo saprà mai nessuno, ma alcune cose invadono la sfera altrui con molta facilità a alla lunga diventano inutilmente fonte di frizione e stress.

Ultimissima cosa…

Non fate altro durante le call. Si vede lontano un chilometro che siete distratti.

author: Mauro Servienti | posted @ Wednesday, April 5, 2017 11:00 AM | Feedback (2)

Coesione e accoppiamento: accoppiamento.


Mi sembra che ci sia molta ancora confusione, e mi sembra che questa confusione porti a decisioni spesso sbagliate. Tendiamo ad essere un po’troppo assolutisti e abbiamo questa necessità di definire in maniera forte, quasi scolpendolo nella pietra, cosa sia bene e cosa sia male. Mentre, purtroppo per noi, la risposta spessissimo dipende dal contesto. Dipende, un po’ come 42, è la risposta a tante domande.

Accoppiamento, o “coupling” come dicono gli anglosassoni

L’accoppiamento in se non è ne bene ne male. L’accoppiamento andrebbe visto semplicemente come una misura, ed NDepend ad esempio è molto bravo a fare questa misurazione, che ci da un’informazione molto importante che deve però essere calata nel contesto.

Immaginiamo di avere una nostra libreria di log, esposta tramite un’ipotetica interfaccia “ILogger”, probabilmente vogliamo il massimo accoppiamento possibile tra il nostro codice e “ILogger” perché un basso accoppiamento potrebbe significare che non stiamo loggando un bel nulla.

In maniera simile se abbiamo un’interfaccia “IShoppingCart” che gestisce il carrello di un sistema di e-commerce vogliamo porre molta attenzione a chi la usa perché un uso indiscriminato, con un possibile conseguente forte accoppiamento, può solo portare a conseguenze poco positive in termini di manutenibilità ed evoluzione.

È quini molto importante capire chi è accoppiato con che cosa e anche la “direzione”, afferente o efferente, dell’accoppiamento stesso. Solo un’attenta analisi ci può dire se stiamo sbagliando qualcosa e in che misura.

author: Mauro Servienti | posted @ Tuesday, April 4, 2017 2:45 PM | Feedback (0)