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Il consenso non funziona

Nel lungo e complesso processo di trasformazione che abbiamo fatto in azienda abbiamo ovviamente fatto tanti errori, piccoli e grandi, uno dei quali (direi tra i grandi) è stato pensare che il consenso fosse un buon modo per prendere decisioni.

La genesi del problema

Qualche tempo fa ho parlato di Holacracy, una delle cose che probabilmente sono passate in sordina in quel post è la seguente:

…noi internamente abbiamo scientemente deciso di evitare tutti i termini come holacracy, teal, flat, perché tendono a ricondurre ad un presunto manuale che non esiste e non può esistere.

Questo fondamentalmente significa costruire sulla sabbia. Bisogna accettare che sarà un viaggio il cui scopo non è arrivare ad una meta ma evolvere. La comprensione è il fine ultimo, non la soluzione.

Ho anche sottolineato già parte del problema più ampio:

Self-Management è il peggior termine che si potesse usare, perché implica autogestione, quindi tutti-tutto. E questo è il primo problema. Il secondo è che l’autogestione, funziona, ma non scala. Ci abbiamo provato e abbiamo fallito, finché il numero di attori coinvolti è basso l’autogestione è applicabile al crescere delle dimensioni semplicemente porta al collasso del processo decisionale, o almeno questa è stata la nostra esperienza.

Che cosa significano le due affermazioni?

Significa che un etichetta, quando state esplorando l’ignoto, è molto simile ad una metrica tenderete a soddisfare la metrica invece che risolvere il problema. Allo stesso modo l’etichetta data a monte tende a farvi vedere tutto sotto la luce di quell’etichetta.

L’etichetta scelta, più per caso e conformismo con quello che osservavamo intorno a noi che per vera scelta consapevole, era Flat Organization.

Flat Organization porta con se che le decisioni vengono prese sulla base del consenso. Il consenso nelle Flat Organization prevede il 100% del consenso. La conseguenza è che le decisioni tendono a dilazionarsi molto nel tempo, ma peggio ad essere snaturate per proprio alla ricerca del consenso.

Tendono a diventare un po’ come gli emendamenti che snaturano il problema originale per accontentare tutti e ottenere consenso.

Concludendo

Da quell’errore è passato ormai molto tempo, e oggi abbiamo un processo decisionale che non è ancora perfetto (e probabilmente non lo sarà mai) ma è sicuramente migliore.

Alla prossima occasione parleremo quindi di Advice Process.

posted @ 4/24/2017 2:28 PM by Mauro Servienti

I vantaggi dell’adeguamento alla nuova Normativa Privacy Europea – Anche i colossi del web si muovono

Prendo spunto da un interessante post pubblicato sul blog di Microsoft, per fare alcune brevissime considerazioni sulla normativa europea Privacy (o GDPR) che a breve diventerà applicabile anche nel nostro ordinamento. Oltre a quanto sappiamo già da tempo, e che ci viene ripetuto in continuazione, ovvero che sarà necessario conformarvisi entro maggio 2018 a pena di sanzioni che potranno arrivare fino a 10 milioni di Euro, sembra che i grandi service provider (non solo MS, ma anche Amazon o IBM ad esempio) abbiano compreso anche le potenzialità commerciali dell’adeguamento alla nuova legge. Adeguarsi al GDPR non significa evitare sanzioni, ma porsi sul mercato garantendo ai propri clienti che i servizi offerti saranno già di default compliant con la nuova normativa, quindi facilmente integrabili (anche sotto il profilo legale) con i loro servizi. Ma non solo. L’offerta di servizi conformi alla normativa (dallo sviluppo software, all’offerta di servizi web) offre trasparenza e ispira fiducia nel fornitore, consentendo al cliente di ridurre i costi (che in caso contrario dovrebbe necessariamente accollarsi). Paradossalmente, però, solo i grandi operatori del mondo IT, che hanno minore necessità di pubblicizzare la qualità e il livello dei propri prodotti, hanno intrapreso concrete politiche di adeguamento alla nuova normativa. Nella perenne corsa all’offerta di servizi innovativi, i colossi del web- sempre restii ai cambiamenti- hanno deciso di essere già conformi al GDPR. La ragione è semplice, e ha chiaramente a che fare con la necessità di espandere il proprio business e guadagnare nuove quote di mercato. Ma questo, evidentemente, non è un problema solo loro.

Andrea Palumbo

posted @ 4/24/2017 12:52 PM by Staff Lex101

Le (troppe) informazioni generano instabilità

Orson_Welles-Citizen_Kane1

Vivo una realtà in cui la trasparenza e l’accesso alle informazioni sono uno dei valori fondanti.

Una delle cose di cui ci stiamo rendendo conto è che la troppa informazione o l’informazione nuda e cruda possono generare insicurezza nelle persone e/o instabilità nelle organizzazioni.

Internamente qualsiasi informazione è a disposizione di chiunque. Per come siamo strutturati è spesso essenziale per l’esecuzione del lavoro quotidiano. Questo significa che se durante il mio lavoro ho bisogno di prendere decisioni che hanno un impatto finanziario ho la possibilità di accedere alle informazioni finanziarie aziendali.

Ho usato non a caso l’esempio finanziario. La semplice possibilità di accedere alle informazioni, nude e crude, genera però un interessante problema. Chiunque può leggere i bilanci, osservare conti economici e flussi di cassa, e siccome non capisce nulla di gestione aziendale ed economia, o banalmente mancano i fondamenti di ragioneria, non è in grado di comprendere la situazione ma rischia di farsi tradire dal dato singolo estratto dal contesto.

I flussi di cassi degli ultimi due mesi sono pessimi, non ho la più pallida idea di tutto il resto cosa sia o come sia, e mi convinco che questo ha un possibile impatto sulla capacità dell’azienda di pagare gli stipendi.

Concludendo

È un esempio forte, che ha lo scopo di evidenziare come se da un lato la trasparenza è un valore, la trasparenza fine a se stessa potrebbe avere conseguenze inattese.

È quindi importante che l’accesso alle informazioni sia in qualche modo mediato da qualcuno/qualcosa che consenta di comprendere la mare di dati a cui siamo esposti.

posted @ 4/21/2017 7:13 PM by Mauro Servienti

Il lavoratore remoto: la vostra vita personale viene prima.

Troppo spesso sento lavoratori remoti che elogiano la propria condizione ma non nascondono commenti del tipo:

…certo, tutto bello, ma devo difendermi dalla moglie o dalla suocera, o da <scegliete voi un compito non lavorativo a scelta tipo stendere>

Lo ammetto all’inizio ero anche io così, poi ho capito che sbagliavo tutto.

Resistance is futile, recitavano un tempo

Non è possibile pensare di essere un lavoratore remoto e allo stesso tempo di (esagerando) timbrare il cartellino. Sperando di fare un secco 9/17, con le pause contate e sincronizzate con i colleghi. È ovvio che in uno scenario di questo genere le distrazioni di casa, o dell’ambiente che scegliamo come “ufficio”, sono deleterie. Sappiamo anche che facciamo una tipologia di lavoro che spesso richiede concentrazione continuativa.

Spesso. Non sempre.

Se siamo un lavoratore remoto, ha molto senso organizzare la nostra giornata intorno a quello “spesso”, e abbracciare tutto il resto come viene. Ne gioverà il nostro fegato. Ricavo i momenti che mi servono isolandomi il più possibile dalle distrazioni, distrazioni in generale perché non solo le persone che ci circondano il problema. Nel mio piccolo se devo concentrarmi anche la musica è un problema.

Il resto della giornata è invece organizzato intorno alla vita privata, perché se ci ragionate è nettamente più semplice. Prendete due piccioni con una fava, siete più felici e rilassati, le persone che vi circondano sono più felici e vi godete tutto un po’ meglio.

Cosa manca?

Credo che il problema vero siano le aziende, credo perché non lo è nel mio caso ma sento troppe lamentale in merito.

Non è il lavoratore che pretende di lavorare 9/17 da remoto, ma sono le aziende che abbracciano questo modello in maniera cieca e senza capire, come ho detto più volte, che il cambiamento deve essere radicale. E ovviamente si aspettano che il lavoratore remoto sia disponibile quando dicono loro e come dicono loro, ma da remoto.

Ecco, non funziona così.

Priorità

Le mie priorità sono:

  1. capire se c’è qualcosa di personale veramente importante che deve accadere oggi
  2. trovare la concentrazione per fare la cosa importante di oggi
  3. rispettare gli accordi presi con i colleghi (come ad esempio esserci ad una call a cui ho detto che ci sarei stato)
  4. gestire la mia vita personale
  5. incastrare il resto

Se siete lavoratori remoti come è organizzata la vostra giornata? e se non lo siete come siete organizzati?

posted @ 4/19/2017 7:17 PM by Mauro Servienti

Piccola nota&hellip; Outlook 2016 con Outlook.com e l&rsquo;autenticazione a due fasi

Tanto me lo dimenticherò, ma magari a qualcuno tornerà utile.

Se cercate di configurare Outlook 2016 per accedere ad outlook.com e avete impostato l’autenticazione a due fasi, dovete creare un’app password, al momento Outlook 2016 non la supporta ancora nativamente.

Se non lo fate, Outlook 2016 continuerà all’infinito a chiedervi la password, senza riuscire a connettersi.

posted @ 4/19/2017 5:18 PM by Lorenzo Barbieri

Monitor singolo o multi monitor? oh my.

La domanda ha lo stesso “sapore” di diatribe di lungo corso come: tab vs spaces nel codice. Il rischio è che se sfoci in discussioni senza fine e in cui nessuno vuole avere torto. La realtà dei fatti secondo me è che in questo specifico caso la questione è talmente personale che la discussione non ha proprio ragion d’esistere.

Sta di fatto che sto pian piano cambiando idea. O meglio cambiando approccio. Sono sempre stato un sostenitore del multi-monitor, ma come ogni cosa multi-* ha i suoi effetti collaterali. Multi-tasking ad esempio :-) In realtà con il tempo mi sto rendendo conto che io ho un singolo monitor e due monitor di servizio, li collaterali a far nulla finché non servono veramente.

Il mio setup per molto tempo è stato questo:

multi

Adesso è leggermente cambiato ed è questo:

multi-new

In sostanza mi sono reso conto che assegnare dei ruoli ben precisi ad ogni monitor è molto comodo:

  • Quello di sinistra in verticale è dedicato alla lettura, lettura che spazia dalla posta a Twitter alla documentazione
  • Quello centrale è la cosa su cui sto lavorando, il task principale, e spesso unico che sto eseguendo in quel momento. Se fosse rispondere ad una mail la tab del browser con la mail si sposta al centro e il monitor di sinistra perde di attenzione
  • Quello di destra in orizzontale è meramente di servizio, e spesso vuoto, per quei task che hanno bisogno di tanto spazio:
    • le finestra dei tool di Visual Studio
    • i tool del browser in fase di debug
    • la console di Git
    • la console di node

Tutte cose comunque legate ad un singolo compito principale. Si può quindi forse dire che io uso un setup multi-monitor come se fosse uno solo, perché altrimenti le distrazioni sono costantemente dietro l’angolo.

Voi come siete organizzati?

posted @ 4/18/2017 10:55 AM by Mauro Servienti

icons8

All the Icons You Need https://icons8.com

posted @ 4/17/2017 11:27 PM by Alessandro Gervasoni

Un post &egrave; meglio di una risposta ad un commento

Roberto mi fa una serie di domande in calce ad un mio precedente post:

image

N.d.A.

Il blog di UGI è in fase di migrazione, cambio di piattaforma di hosting. Migrazione che sta comportando alcuni disservizi tra cui il non riuscire ad aggiungere commenti a quel post.

Approfitto quindi del blog stesso per rispondere a Roberto, ma anche per ampliare un discorso che ho già fatto tempo fa:

  1. Sono bergamasco, invadere la mia sensibilità è cosa molto molto difficile :-) quindi non fatevi remore a commentare, criticare e generare discussioni. Essendo bergamasco se devo troncare sul nascere un flame sono molto bravo a farlo e sono anche molto poco politicamente corretto mentre lo faccio (sempre per quella storia della sensibilità).
    Quindi Roberto: no, non hai invaso proprio nulla, anzi sei il benvenuto. Se non volessi invasioni non avrei un blog ;-)
  2. Webinar: certo molto volentieri, se preferisci usa il form di contatto o pingami su twitter che ci sentiamo in privato per la logistica.
  3. Per il link: fai pure. Ben venga :-)
  4. Per il passaggio da ufficio a remoto è una questione che non ho mai affrontato se non marginalmente, ma non sei l'unico in questa situazione se posso contribuire sono ben felice di farlo.

Community

Permettetemi di allargare questo post da una semplice risposta a Roberto a qualcosa di più utile per tutti.

Non sono certo un esperto ne di organizzazione aziendale ne di lavoro da remoto, vivo però una realtà molto curiosa, complessa e allo stesso tempo innovativa. Scorrendo in questo blog ne trovate tanto di materiale, ne parlo anche a volte in pubblico, come ad esempio all’ultimo mini-agile day. Il talk si intitola “From cogs to Nirvana: The agony and the ecstasy of working remotely”.

Se conoscete community che si occupano di organizzazione del lavoro fatemelo sapere perché da un lato ho tante esperienze da condividere e dall’atro tanta esperienza altrui da assorbire. Lo stesso vale anche se la vostra community fosse interessata ad ospitarmi per parlarne.

posted @ 4/12/2017 12:25 PM by Mauro Servienti

SemanticMerge

posted @ 4/10/2017 10:50 PM by Alessandro Gervasoni

Il lavoratore remoto: la postazione

Abbiamo già accennato all’importanza dell’ambiente che ci circonda, zoomando sulla nostra postazione di lavoro è facile rendersi conto di come l’attenzione li debba essere ancora maggiore.

Non ho ricette. Ho solo quello che va bene per me.

Ne ho scritto sul mio blog in inglese, [1] e [2], “confessando” di essere uno stand up worker. A me piace e funziona anche abbastanza bene, lungi da me il poter dire che sia meglio o peggio. A prescindere dal modo in cui lavorate, in piedi o seduti, ci sono però alcune cose su cui non ha senso lesinare.

  • Una sedia decente, o ancora meglio Herman Miller, è il minimo sindacale. Non ha senso spendere la maggior parte della vostra giornata su una roba comperata al supermercato di turno. Ne va della vostra salute. Allo stesso modo di un maratoneta che corre con le All Star.
  • Un tavolo funzionale alla vostra attività, non uno strapuntino ricavato in un sottoscala. Corredato da un’illuminazione decente.
  • Un monitor decente ve lo dovete concedere (http://blogs.ugidotnet.org/topics/archive/2016/06/29/perche-noi-valiamo.aspx).

Ma sono banalità, direte voi. E io sono completamente d’accordo con voi. Potremmo andare avanti per ore a parlare di banalità o di diatribe in stile singolo monitor o multi monitor.

La verità dei fatti è che troppo spesso vedo il lavoratore remoto auto infliggersi punizioni che non hanno senso. Dimenticando le banalità di cui sopra.

Non auto-infliggetevi punizioni per colpe che non avete. È il primo passo verso il considerarvi un lavoratore di seconda scelta e di conseguenza nel farvi considerare un lavoratore di seconda scelta.

Qui ci sono alcuni consigli molto interessante, magari scontati per alcuni, ma non per altri: https://taskomat.tech/it/blog/mindset/7-suggerimenti-per-creare-un-home-office-produttivo-organizzato-ed-accogliente

[1] http://milestone.topics.it/2015/07/01/on-working-standing-up.html

[2] http://milestone.topics.it/2015/12/08/on-working-standing-up-take-2.html

posted @ 4/10/2017 12:04 PM by Mauro Servienti

gorillaplayer

Instant XAML Preview for Xamarin Forms



http://gorillaplayer.com

posted @ 4/8/2017 4:03 PM by Alessandro Gervasoni

Il lavoratore remoto: non &egrave; migliore, n&eacute; peggiore, &egrave; diverso

Ci sono aziende che hanno paura dei lavoratori remoti. Non tanto delle persone in se, piuttosto della “nuova” modalità organizzativa.

Ci sono aziende che vedono il lavoratore remoto come un modo per risparmiare: ti lascio a casa, mi servono una scrivania in meno, meno corrente, meno riscaldamento, e meno affitto.

Ci sono aziende che considerano il lavoratore remoto una seconda scelta, un po’ come un capo d’abbigliamento con le cuciture venute male, roba outlet. E se ne dimenticano costantemente.

Ci sono aziende che vedono nel lavoratore remoto la possibilità di avere un talento al quale altrimenti non avrebbero accesso.

Ci sono aziende che vedono nel lavoratore remoto la possibilità di avere un piede in un paese diverso e in una time zone diversa.

Ci sono aziende che vendono nel lavoratore remoto la possibilità di portare una diversisty che altrimenti sarebbe molto più difficile avere.

L’errore

Non si può prendere una struttura aziendale così come è, e semplicemente spostare le persone in remoto o assumere persone da remoto. Soprattutto se si spera di ottenere i vantaggi di cui sopra.

L’unico risultato, se di risultato si può parlare, è che si portano a casa solo gli aspetti negativi. Come ad esempio i primi tre di cui sopra.

Ovvietà?

Questo significa molto semplicemente che l’intera struttura aziendale deve essere funzionale al lavoratore remoto. Sembra però che molte aziende si lancino nell’impresa di remotizzare le persone senza sapere cosa stanno facendo, sembra quasi per il mero gusto di farlo.

È fondamentale comprendere l’impatto sulla struttura aziendale, l’impatto sulle persone ma anche capire che ci sono persone che non funzionano da remoto e persone che funzionano molto meglio da remoto.

È un viaggio in cui, come al solito, l’esperienza è la parte più importante. È anche importante partire con la voglia di sperimentare, e di conseguenza con la consapevolezza che il fallimento è dietro l’angolo. Ma sappiamo bene, anche se non ce lo vogliamo dire, che per fare esperienza l’unica è sbagliare.

posted @ 4/7/2017 7:06 PM by Mauro Servienti

RE:DOM

Tiny (2 KB) turboboosted JavaScript library for creating user interfaces
https://redom.js.org

posted @ 4/5/2017 4:56 PM by Alessandro Gervasoni

Il lavoratore remoto: il setup per le conference call, minimo sindacale.

Abbiamo già parlato dell’importanza della connettività e dell’impatto che ha sulla nostra giornata lavorativa, specialmente se da remoto.

Il setup è fondamentale per rendere la vostra giornata migliore. Vediamo quello che secondo me è il minimo sindacale per le conference call.

Webcam

Una buona webcam. Non dovete spendere centinaia di euro, ma una webcam decente è essenziale. La mia Logitech grezzissima costava 12.70€ e funziona benissimo. Cosa essenziale? che sia capace di mettere a fuoco in maniera decente e rapida. Non c’è cosa peggiore che essere in una call e vedere il vostro interlocutore, o voi stessi, completamente fuori fuoco.

Lo sfondo dietro di voi

Uno degli aspetti che influenzano molto la capacità di messa a fuoco di una webcam è lo sfondo. I vostri interlocutori osservano uno sfondo mentre sono in call con voi. Ecco, magari se non c’è un letto disfatto o della biancheria stesa è meglio. Allo stesso modo una parete completamente bianca non aiuta le webcam e peggio di tutto una bella finestra luminosa alle vostre spalle. Diventate una macchia nera con un alone aureo. Ma anche no.

L’eco…

Uno sfondo vuoto, e per estensione una stanza completamente vuota o poco arredata hanno un ulteriore difetto: favoriscono l’eco. Ergo dotatevi di cuffie e microfono. Anche in questo caso non c’è bisogno di spendere centinaia di euro. Ma senza cuffie e microfono rischiate di far diventare un inferno la vita dei vostri colleghi. Eco e rumori di fondo invadono molto rapidamente le call perché i microfoni di tutte le webcam sono omnidirezionali.

Sempre in termini di rumori imparate ad usare gli strumenti, non dico tanto: mute/unmute. Indispensabili per non starnutire nelle orecchie di chi sta parlando con voi. Non è simpatico.

La posizione della webcam

Ultima cosa. Avete mai partecipato ad una riunione dal vivo stando sotto il tavolo? Spero proprio di no. Ecco, quindi perché avete la webcam posizionata in modo che si vede solo un pezzetto di faccia e sembrate inquadrati dalle spalle? Un minimo di rispetto è doveroso.

Potete anche fare una call in mutande, non lo saprà mai nessuno, ma alcune cose invadono la sfera altrui con molta facilità a alla lunga diventano inutilmente fonte di frizione e stress.

Ultimissima cosa…

Non fate altro durante le call. Si vede lontano un chilometro che siete distratti.

posted @ 4/5/2017 11:00 AM by Mauro Servienti

Coesione e accoppiamento: accoppiamento.

Mi sembra che ci sia molta ancora confusione, e mi sembra che questa confusione porti a decisioni spesso sbagliate. Tendiamo ad essere un po’troppo assolutisti e abbiamo questa necessità di definire in maniera forte, quasi scolpendolo nella pietra, cosa sia bene e cosa sia male. Mentre, purtroppo per noi, la risposta spessissimo dipende dal contesto. Dipende, un po’ come 42, è la risposta a tante domande.

Accoppiamento, o “coupling” come dicono gli anglosassoni

L’accoppiamento in se non è ne bene ne male. L’accoppiamento andrebbe visto semplicemente come una misura, ed NDepend ad esempio è molto bravo a fare questa misurazione, che ci da un’informazione molto importante che deve però essere calata nel contesto.

Immaginiamo di avere una nostra libreria di log, esposta tramite un’ipotetica interfaccia “ILogger”, probabilmente vogliamo il massimo accoppiamento possibile tra il nostro codice e “ILogger” perché un basso accoppiamento potrebbe significare che non stiamo loggando un bel nulla.

In maniera simile se abbiamo un’interfaccia “IShoppingCart” che gestisce il carrello di un sistema di e-commerce vogliamo porre molta attenzione a chi la usa perché un uso indiscriminato, con un possibile conseguente forte accoppiamento, può solo portare a conseguenze poco positive in termini di manutenibilità ed evoluzione.

È quini molto importante capire chi è accoppiato con che cosa e anche la “direzione”, afferente o efferente, dell’accoppiamento stesso. Solo un’attenta analisi ci può dire se stiamo sbagliando qualcosa e in che misura.

posted @ 4/4/2017 2:45 PM by Mauro Servienti

La password? No, grazie. Non la voglio conoscere.

Qualche giorno fa mia moglie viene da me mostrandomi il telefono e tutta contenta mi dice:

Questi si che sono un sito serio, finalmente! Mi ero dimenticata la password e me l’hanno rimandata…mica come tutti quei maledetti che mi mandano una nuova password e poi un link e poi mi obbligano a cambiarla…

Sono inorridito. Potete immaginare.

Scherzi a parte, è ovvio che la gestione delle password per un utente “normale” è una rogna colossale. È altrettanto ovvio che gli utenti finiscano per riutilizzare le stesse password. Giorno dopo giorno.
Spiegarle quale fosse il problema di fondo è stato facile:

Immaginati di andare dal ferramenta per rifare una chiave e invece di portare tu l’originale sai che lui ha già una copia delle chiavi di casa nostra che conserva proprio per casi come questo. Ti piacerebbe?

Ovviamente no.

Usando la stessa analogia la domanda che mi faccio io è: sarei in grado di riprodurre una chiave senza avere una copia da cui partire? No, perché non conosco a memoria come è fatta, la chiave ha quella “memoria” non il sottoscritto e l’unica cosa di cui io mi preoccupo è conservare con cura le mie chiavi in un portachiavi.

Allo stesso modo io non ho nessun interesse a conoscere a memoria le mie password, se le devo conoscere a memoria finirò sicuramente per:

  • averle semplici
  • averle molto simili e/o uguali

Quindi?

Nel mio piccolo uso le seguenti tecniche:

  • Ovunque posso uso Single Sign On con Google Account o Microsoft Account (Facebook e Twitter? No grazie. Vi possono bannare e sono cazzi)
  • Dove non posso se non ho alternative e sono obbligato ad usare quel servizio uso un password manager, genero una password super complessa e la salvo nel password manager

A questo punto mi devo ricordare la sola password del password manager. Ovviamente il password manager diventa il punto debole della catena, e in cascata Google e Microsoft Account. La soluzione semplice è 2FA con un device (ad esempio il telefono) ma non con l’SMS.

Il telefono è protetto da PIN, uso Authy sul device per generare i codici 2FA, Authy a sua volta ha sia una password decisamente complessa che un PIN che non è lo stesso del telefono.

Accedere all’home banking, o a qualsiasi altro servizio importante, adesso è tanto complesso quanto entrare in casa: Apri il cancello, apri le due serrature della porta blindata. Però è più sicuro.

Mia moglie?

Continua a preferire le password in chiaro. Ha ragione lei ;-)

posted @ 3/31/2017 4:29 PM by Mauro Servienti

Il lavoratore remoto: l&rsquo;ambiente che vi circonda &egrave; essenziale.

Mio malgrado sono stato obbligato per qualche mese a frequentare un co-working. Dico mio malgrado perché il sottoscritto è un po’ come un gatto: socievole ma non sociale.

image

I co-working e gli open space sono l’abominio del posto di lavoro

Magari sono solo io che non sono un animale sociale, ma anche se fossi da solo per me risulta impossibile lavorare in un ambiente dove non regna la pace. E, lasciatemelo dire, mi sa che non sono solo io perché tutte le volte che ho osservato un co-working o un open space ho sempre visto questo:

rumore-4-835220

Gente incazzata che faceva di tutto per isolarsi dal mondo circostante.

Il problema di fondo è che io e quelli che “abitano” l’open space insieme a me in realtà non lavoriamo insieme, semplicemente condividiamo lo stesso spazio. Con la conseguenza che le regole del gioco sono completamente diverse.

L’isolamento è l’abominio del posto di lavoro

Allo stesso modo l’isolamento totale, soprattutto per il lavoratore remoto è la peggior scelta possibile:

remote-working-lonely

Gente che smette di fare la barba e passa la giornata in mutande al buio.

Concludendo

Abbiamo solo scalfito la superficie, ma nel mio piccolo sto scoprendo che per me:

  • è importante uscire di casa: mi aiuta a distinguere lo sto lavorando dal non sto lavorando;
  • è molto importante la pace e la tranquillità, che non vuol dire essere soli, vuol dire circondarsi di persone che danno valore alla stessa cosa;
  • è essenziale che il luogo di lavoro sia accessibile quanto lo sarebbe una stanza in casa, quindi se è un ufficio che non sia a più di 10 minuti di bicicletta, se no sono un pendolare remoto;
  • è gradito se nei paraggi esiste qualcuno che sappia cosa siano una granita alla mandorla o al pistacchio.

Un ambiente pessimo ha conseguenze pessime.
Uno dei veri vantaggi del lavoratore remoto è quello di potersi scegliere l’ambiente di lavoro. Fatelo, perdindirindina :-)

posted @ 3/29/2017 12:00 PM by Mauro Servienti

Il lavoratore remoto: una call &egrave; meglio di mille parole e mille parole sono meglio di una call.

Una delle cose su cui sento insistere molto è l’asincronicità del lavoro remoto. Si stressa molto sul rendere tutto asincrono.

Ottimo, peccato che non funzioni sempre

La comunicazione asincrona comporta scrivere molto, anzi moltissimo. Scrivere aiuta moltissimo in certi contesti e crea moltissima frizione in altri. Diventa quindi molto importante capire rapidamente quando la comunicazione ha senso che sia asincrona, e quindi scritta, o sincrona e quindi vis-a-vis con una call.

Diciamo che la nostra regola aurea interna è:

  • discussioni e ricerca del consenso funzionano molto bene in maniera sincrona e molto male in maniera asincrona
  • aggiornamenti di stato, passaggi consegne e brainstorming funzionano molto bene in maniera asincrona e sono molto meno efficaci se sincroni

Scrivere ha un vantaggio enorme: obbliga ad attaccare il cervello. Scrivere ci impone di mettere in fila le idee che abbiamo confuse in testa. La sola attività di scrittura porta ordine nel caos e spesso ci porta a rivalutare quello che abbiamo in mente sotto forma di pensiero.

Attività come le discussioni e la ricerca del consenso sono invece tendenzialmente guidate dall’istinto, e istinto e scrittura sono un ossimoro. Risulta quindi molto facile che una discussione scritta degeneri in una litigata per iscritto. Questo perché, sia una discussione che la ricerca del consenso, tendono ad essere attività guidate anche dalle emozioni e la trascrizione delle emozioni è od oggi troppo rozza (si limita pressoché alle sole “faccine”). Il tono della voce e la mimica diventano quindi parte essenziale della comunicazione. La così detta “comunicazione non verbale”.

Il tutto può solo essere accentuato da differenze culturali e linguistiche.

Quindi?

Alleniamo il nostro sesto senso a capire quando è il momento di spostare la comunicazione usando uno strumento diverso. Ad esempio noi partiamo quasi sempre in maniera asincrona e “saltiamo su una call” non appena ci rendiamo conto che il mezzo, Slack nel nostro caso, sta generando più frizione del necessario. Appena questo succede lo strumento cambia e diventa Zoom.

posted @ 3/27/2017 11:47 AM by Mauro Servienti

Il lavoratore remoto e la qualit&agrave; della connettivit&agrave;.

Sembra una cosa scontata, ma non lo è per nulla. Perché il lavoro da remoto possa anche solo essere preso in considerazione la presenza di connettività è un requisito fondamentale. Direi lapalissiano.
Quello che forse è meno scontato è la frustrazione e lo stress elevatissimo che una qualità scadente della connettività può generare, sia da parte del lavoratore che da parte del datore di lavoro.

Banda, velocità nominale e qualità

La velocità della connessione è un fattore che ha un peso limitato sulla qualità complessiva percepita, e di conseguenza su stress e frustrazione. Paradossalmente è meglio una buona, e mediocremente veloce, ADSL rispetto ad una nominalmente veloce connessione WiMax (o tecnologie simili). Questo perché, nella media della giornata lavorativa, conta di più la stabilità della linea rispetto alla velocità di picco.

Mi è capitato di riuscire a fare, con buoni risultati, conference call su una schifosissima ADSL con 3.0Mbit in download e 0.2Mbit in upload e allo stesso tempo di letteralmente impazzire con una presunta blasonata connessione Eolo da 30/10Mbit con banda minima garantita.

Velocità. Upload delle mie brame.

Certo una bella fibra FTTC, se non migliore, vi garantisco che cambia drasticamente la qualità della vita del lavoratore remoto. La banda in upload è poi, in alcuni momenti, un fattore essenziale oltre che una soddisfazione. Vedere l’upload di circa 200Mb metterci meno di 30 secondi è un piccola goduria.

Si, ma perché?

Se non fosse ovvio il motivo è uno ed uno solo: evitare l’isolamento. Non è detto che abbiate bisogno di connettività costante e costantemente di alta qualità, per lavorare da remoto. Ne avete però bisogno per stare in contatto, quando e come volete con i vostri colleghi. L’aspetto forse più importante del lavoro remoto è evitare l’isolamento sociale.

posted @ 3/20/2017 9:18 AM by Mauro Servienti

Il lavoratore remoto

Lavoro, da remoto, come Solution Architect per Particular Software da circa 3 anni. In questi tre anni ho, e abbiamo anche come azienda, sperimentato parecchio in ambito “lavoro da remoto”.

Da un annetto a questa parte parlo pubblicamente di come siamo organizzati. Il talk, “The agony and the ecstasy of working remotely (from cogs to Nirvana)” , è focalizzato sulla struttura organizzativa e sul processo evolutivo che l’azienda ha intrapreso.

La nuova categoria “remote working”, di cui questo è il primo post, nasce invece per raccogliere tutta una serie di suggerimenti e accorgimenti (tips & tricks) per me essenziali per rendere efficace, efficiente ma soprattutto divertente la vita del lavoratore remoto. Sia dal punto di vista del lavoratore che del datore di lavoro.

Il primo consiglio? leggete Remote-First vs. Remote-Friendly di Zach Holman.
Il secondo consiglio? rileggetelo.

posted @ 3/17/2017 9:30 AM by Mauro Servienti

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